Era maggio, di questo strano 2020, quando Alessandro Michele ruppe il silenzio con le sue “notes from the silence”, in cui il direttore creativo di Gucci espresse al massimo della sua sincerità una nuova era per la casa di moda: negli appunti raccolti tra marzo e il 16 maggio di quest’anno infatti, evidenziò il desiderio di riappropriarsi dei tempi dettati non da calendari stagionali bensì dalla creatività in senso lato.

E ora che Gucci è ufficialmente fuori dal fashion system, presenta la nuova collezione primavera estate 2021 con un festival di sette giorni e una mini serie diretta dal regista Gus Van Sant intitolata “Ouverture of something that never ended”. Ed è proprio ciò che desideriamo, una Moda magica e senza fine.

Per una settimana il festival sarà “attraversato da uno sciame di storie eccentriche e vitali. Storie capaci di squarci innimaginativi e gesti onirici”, come afferma lo stesso Michele.

La storia ruota attorno alla performer Silvia Calderoni la cui routine quotidiana è documentata in un mondo quasi lynchiano, in un’ode alla città di Roma. Sullo schermo ogni sera, dal 16 al 22 novembre, abbiamo visto scorrere tragitti abituali e luoghi familiari come un melanconico déjà-vu.

Non è un caso che Alessandro Michele abbia scelto scorci della Capitale come set della miniserie. Il legame con Roma, sua città natale, era già stato fortemente evidenziato in altre collezioni della maison, come la primavera estate 2017, nella cui campagna giraffe e tigri al guinzaglio si aggiravano per le strade romane e la Cruise 2020, collezione presentata per la prima volta con una passerella tra le statue dei Musei Capitolini.

In questa Ouverture ritroviamo la protagonista a casa durante le prove della band, oppure la vediamo intrattenere conversazioni al bar, fare audizioni per una compagnia di ballo e confessare il suo amore per il rosa a un citofono. Il tutto con addosso creazioni e accessori di casa Gucci.

Alcuni dei supporter di Gucci prendono anch’essi parte della miniserie, sotto forma di brevi cameo, tra cui Harry Styles, amico di Michele e fedele espressione del brand, che afferma come, nell’ambito dell’entusiasmante festival digitale, “quando si parla di fare arte si tratta di trovare la cosa che hai sempre voluto vedere, o che hai sempre voluto ascoltare e che non è mai stata realizzata”.

Ritroviamo nel secondo episodio la presenza di Arlo Parks, cantautrice e poetessa londinese, nel ruolo di amica di Silvia e appare la t-shirt baseball con stampato il 1921, l’anno della fondazione di Gucci e la frase “L’Aveugle Par Amour”, già inserita dal direttore creativo nelle precedenti collezioni.

Gli ultimi due episodi rappresentano l’emblema di tutto il progetto, un ritorno alla dolce malinconia passata e uno sguardo alla sensibilità dell’uomo portatore di valori ed emozioni.

Nel sesto episodio ci troviamo catapultati in via dei Valeri, meglio conosciuta per il negozio vintage tra i più apprezzati dagli amanti del genere. È il Pifebo, in cui Florence Welch, icona bohèmien e musa del brand, nasconde biglietti scritti a mano. Lì si possono ancora trovare Levi’s anni ‘90 e occhiali per lo più sconosciti.

Il settimo e ultimo episodio si svolge in una Roma ispiratrice, nelle quali vie la protagonista volutamente si perde a bordo di un motorino: dall’Altare della Patria ai lampadari del quartiere Coppedè, piazza Esedra e via Nazionale. Sembra di sentire il profumo delle tiepide tardi notti autunnali.

Il tutto risulta accattivante, incuriosisce e vale la durata di circa 85 minuti. GucciFest offre una visione della moda proiettata al futuro, fruibile dagli utenti e non solo appannaggio degli operatori di settore. C’è sentimento, creatività, talento, dedizione, il frutto di un genio al quale Michele ci ha sin dagli esordi abituati. Il risultato è perfetto.

Rappresenta soprattutto una rottura con il modo tradizionale di presentare una collezione che farà da apripista al dialogo con altri brand leader nel mercato di lusso. Ma non detterà un cambiamento totale: la Moda resta comunque quel desiderio intangibile e solo immaginabile per tutti, portatore di attese e aspettative la cui peculiarità è l’aspetto esclusivo ed elitario. Ciò nonostante, si comincia a parlare di inclusivitá del settore, come mezzo per veicolare messaggi offrendo nuove possibilità interpretative che esulino da una prospettiva meramente tecnica. In questo l’idea del direttore creativo è sicuramente vincente.

Chapeau.

⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

https://www.guccifest.com/#/it/

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