Proprio quando il fashion system celebrava i primi segni di ripresa, con un 2021 chiuso con significativi rialzi, le drammatiche notizie del conflitto in Ucraina irrompevano nella nostra quotidianità e durante la tanto attesa Milano Fashion Week, offuscando la kermesse con la nube nera di una guerra sempre più vicina.

Un clima surreale, ipnotizzato, in bilico tra l’entusiasmo per una grande riapertura alla normalità per il settore della moda e la crescente preoccupazione per le notizie che giungevano dall’Est Europa. Il fashion system ha assistito fin da subito a una polarizzazione: da un lato, chi riteneva che la fashion week dovesse fermarsi, dall’altro chi sosteneva l’importanza di proseguire, alla luce del momento ancora delicato per l’intero settore moda. Non sta a noi oggi dire quale approccio sia giusto e quale sbagliato, le aziende di settore e le maison impegnate alla preparazione delle collezioni si sono trovate spiazzate e impossibilitate a reagire in modo repentino. Certo è che che le tragiche notizie arrivano in un momento di grande fermento, considerando che la Moda muove fatturati importanti e innumerevoli posti di lavoro, e rappresenta la seconda voce del PIL italiano.

Il mercato della moda è legato indissolubilmente più di altri alle tensioni geopolitiche e alle crisi umanitarie e di fatti, le ripercussioni economiche del conflitto non si sono fatte attendere. Allo scoppio della guerra, a Piazza Affari, Moncler ha perso oltre il 4%, Brunello Cucinelli oltre il 5%; a Parigi Kering e LVMH hanno perso più del 4%, come anche Inditex.

A Milano la concretezza ha fatto la sua comparsa soprattutto fuori dalle sfilate, per le strade, in cui numerosi cortei si fermavano proprio davanti le location scelte dagli stilisti. Allo stesso modo, i commenti sui social network relativi agli apprezzamenti per le collezioni venivano frammentati da altri che chiedevano di schierarsi in modo fermo e deciso a favore dell’Ucraina.

Nel frattempo il mondo della moda cominciava a interrogarsi sul suo ruolo sociale e dare contributi tangibili. Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, ha mostrato il suo disappunto annunciando che la Moda è la Vita e la Vita è il contrario della guerra. Giorgio Armani ha scelto di sfilare senza musica. Francesca Liberatore ha concluso lo show tenendo per mano le modelle russe e ucraine. Balenciaga ha cancellato tutti i post sul canale Instagram, lasciandone solo uno con la bandiera ucraina.

 

La Camera Nazionale della Moda Italiana ha aderito all’iniziativa di solidarietà lanciata da UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati, già attiva sul territorio ucraino e impegnata in prima linea nel sostegno delle migliaia di persone che stanno fuggendo dall’Ucraina. E lo fa destinando i contributi derivati dalle sale sfilate della fashion week appena conclusa. La raccolta fondi ha visto l’adesione di grandi nomi come Valentino che ha fatto una donazione di 500mila euro. Il gruppo francese del lusso LVMH ha avviato una serie di iniziative, tra cui una donazione di 5milioni di euro all’ICRC, International Committee of the Red Cross, per aiutare le vittime della guerra. La maison Chanel ha donato 2milioni di euro alle associazioni Care e UNHCR.

Di contro, c’è chi ha deciso di intervenire boicottando l’economia russa di settore. Dalla redazione di Vogue Ucraina e L’Officiel si è alzato forte l’appello ai giganti del fashion system, da Kering a Richemontaffinché neghino la distribuzione dei propri marchi in Russia.  Nel giro di una settimana la reazione si è fatta concreta. Il 4 marzo Hermès è stata la prima azienda del lusso ad annunciare la chiusura temporanea di tutte le boutique russe e la sospensione di tutte le attività commerciali nel paese, seguita da Chanel e dall’intero gruppo Kering che controlla, tra gli altri, Saint Laurent, Gucci e Balenciaga. Nei giorni successivi altri grandi colossi del fashion hanno fatto lo stesso, quali Prada, Nike, Adidas, Moncler, Burberry, fino alle catene del fast fashion: H&M ha chiuso i 200 negozi in tutto il paese, il gruppo Inditex ha chiuso i suoi 502 stores in Russia e i 79 ucraini. Asos e Boohoo hanno interrotto le consegne nel paese e i 70 organizzatori della Mercedes-Benz Fashion Week Russia, prevista a Mosca dal 16 al 20 marzo, hanno abbandonato definitivamente l’iniziativa. Tra i pochi che non hanno sospeso i rapporti commerciali con la Russia, c’è il brand giapponese Uniqlo, se non fosse che due giorni dopo l’annuncio del direttore esecutivo del marchio, Tadashi Yanai, lo stesso ha deciso di sospendere tutte le operazioni commerciali e logistiche in Russia a causa di molteplici difficoltà e donato 10milioni di dollari all’UNHCR(la sua precedente posizione era stata pesantemente criticata dai colleghi).

Ma c’è da considerare e analizzare un altro importante aspetto sociologico che coinvolge il popolo russo in questo momento: il revenge spending, l’atteggiamento psicologico che spinge verso un comportamento d’acquisto compulsivo durante momenti di forti crisi politiche, economiche, sociali. E scatta il panico d’acquisto per gli oggetti che possano avere un alto valore di rivendita(vedi l’incredibile aumento delle vendite di Bulgari in Russia nelle ultime due settimane), nel tentativo di preservare la ricchezza mentre il valore del rublo continua a scendere.

Ciò che globalmente accomuna tutti è senza dubbio la preoccupazione sotto l’aspetto umano e la drammatica realtà alla quale fare fronte; d’altro canto, sotto il profilo meramente economico, il conflitto porterà inevitabilmente problemi diretti di export, aumento dei costi dell’energia e uno sbilanciamento del sistema produttivo; è difficile quantificare in questo momento il danno per il mercato del lusso, in quanto non sono ancora definiti i confini delle sanzioni. Ma la Russia, insieme alla Cina, è un mercato strategico per il tessile e per la moda italiani e rappresenta un importante fatturato per moltissime aziende che rischiano oggi il collasso.

 

 

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